La risposta è arrivata soltanto grazie a una tecnologia che nel 1963, quando i resti furono scoperti, apparteneva ancora alla fantascienza: l'analisi del DNA antico.
La scena, ancora oggi, ha qualcosa di profondamente misterioso.
Due corpi deposti insieme. Una figura più grande che stringe l'altra. Un abbraccio rimasto immobile per più di 12.000 anni, conservato nella Grotta del Romito, in Calabria.
E quello che gli scienziati hanno scoperto recentemente rende questa storia ancora più sorprendente.
Non erano due uomini, come si era pensato per decenni.
Erano due donne, probabilmente madre e figlia.
E una delle due portava nel proprio DNA le tracce di una rarissima malattia genetica.
Il ritrovamento che lasciò gli archeologi senza risposte
La storia comincia nel 1963, quando gli archeologi scoprirono nella Grotta del Romito, nel territorio di Papasidero, in Calabria, una sepoltura paleolitica fuori dal comune.
All'interno della grotta si trovavano due individui deposti insieme.
La posizione dei resti era ciò che rendeva il ritrovamento particolarmente suggestivo: i due scheletri erano stati collocati in una posizione che ricordava un abbraccio.
Non c'erano evidenti segni di trauma che suggerissero una morte violenta.
Per gli studiosi cominciò così un enigma destinato a durare per oltre mezzo secolo.
Chi erano?
Erano parenti?
Erano stati sepolti contemporaneamente?
Perché erano stati deposti proprio in quella posizione?
E perché entrambi presentavano caratteristiche fisiche insolite?
Per molto tempo, le ossa furono l'unico indizio a disposizione degli archeologi.
E le ossa, in questo caso, raccontavano soltanto una parte della storia.
Romito 1 e Romito 2: due identità rimaste misteriose
I resti vennero indicati dagli studiosi come Romito 1 e Romito 2.
Romito 1 era un individuo adulto, alto circa 145 centimetri.
Romito 2 era molto più piccolo: la sua statura è stata stimata intorno ai 110 centimetri, con arti particolarmente corti.
Per decenni si cercò di stabilire il sesso biologico, il rapporto di parentela e la possibile causa di quella particolare conformazione dello scheletro.
Ma senza un'analisi genetica affidabile, molte ipotesi rimanevano soltanto ipotesi.
Ed è proprio qui che la storia prende una svolta.
Il DNA riscrive una storia vecchia di 12.000 anni
Grazie alle moderne tecniche di paleogenetica, un gruppo internazionale di ricercatori ha potuto estrarre e analizzare DNA antico conservato in una parte particolarmente resistente dell'osso temporale.
Il risultato ha cambiato radicalmente l'interpretazione della sepoltura.
Entrambi gli individui risultano essere di sesso femminile.
Ma la scoperta ancora più interessante riguarda il loro rapporto.
L'analisi genetica ha stabilito che erano parenti di primo grado.
Secondo i ricercatori, l'ipotesi più probabile è che fossero una madre e sua figlia.
Improvvisamente, quella posizione che per decenni era sembrata soltanto una caratteristica insolita di una sepoltura assume un significato molto più umano.
Non abbiamo la certezza assoluta di conoscere il motivo per cui furono deposte così.
Ma oggi sappiamo che quelle due persone appartenevano alla stessa famiglia.
E forse proprio questo è il dettaglio più emozionante dell'intera vicenda.
Il segreto nascosto nelle ossa della ragazza
Il DNA ha però rivelato un secondo mistero.
Romito 2 presentava una mutazione in un gene chiamato NPR2, importante per la crescita e lo sviluppo delle ossa.
L'analisi genetica ha permesso di diagnosticare una rarissima patologia ereditaria chiamata displasia acromesomelica, tipo Maroteaux.
Si tratta di una condizione caratterizzata da una marcata riduzione della statura e da un particolare accorciamento degli arti.
Per la giovane donna vissuta durante il Paleolitico, questa condizione doveva rappresentare una difficoltà enorme in un ambiente nel quale spostarsi, procurarsi cibo e affrontare il territorio richiedevano notevoli capacità fisiche.
Ma c'è un particolare che ha colpito gli studiosi.
La ragazza era sopravvissuta fino all'adolescenza.
Questo suggerisce che, nonostante le sue difficoltà fisiche, avesse ricevuto un sostegno significativo dalla propria comunità.
Un'altra sorpresa: anche la madre aveva una caratteristica genetica
La storia diventa ancora più particolare osservando il DNA di Romito 1.
La donna adulta possedeva una copia alterata dello stesso gene.
Questo può spiegare la sua statura più bassa rispetto alla media della popolazione dell'epoca, pur senza presentare la forma grave della malattia riscontrata nella figlia.
In altre parole, lo stesso elemento genetico sembrava essere presente in entrambe.
Ma aveva avuto effetti differenti.
La figlia aveva ereditato due copie alterate del gene, mentre la madre ne aveva una sola.
Il DNA ha quindi permesso di collegare non soltanto due scheletri, ma anche due generazioni della stessa famiglia.
Il vero mistero: perché furono sepolte abbracciate?
Ed è qui che rimane una domanda alla quale la scienza, almeno per ora, non può dare una risposta definitiva.
Perché madre e figlia furono sepolte insieme in quella posizione?
La ricerca genetica ha chiarito il rapporto di parentela, ma non può dirci cosa pensassero le persone che prepararono quella sepoltura.
Non sappiamo se l'abbraccio rappresentasse un gesto simbolico.
Non sappiamo se fosse una scelta rituale.
Non sappiamo nemmeno con certezza se la posizione dei corpi sia stata mantenuta esattamente come appariva al momento della sepoltura.
Possiamo però osservare un dato importante: la sepoltura conserva un legame estremamente stretto tra due persone appartenenti alla stessa famiglia.
Ed è proprio questa parte della storia che continua ad affascinare.
Una ragazza fragile sopravvissuta all'era glaciale
Immaginare la vita di Romito 2 significa tornare in un mondo completamente diverso dal nostro.
Niente ospedali.
Niente medicine moderne.
Niente carrozzine o strumenti per facilitare gli spostamenti.
Il territorio era quello frequentato da gruppi di cacciatori-raccoglitori, in un'epoca molto lontana dalle società agricole e dalle città.
Eppure quella ragazza riuscì a vivere abbastanza a lungo da raggiungere l'adolescenza.
Secondo i ricercatori, questo elemento potrebbe indicare che altre persone si prendevano cura di lei, aiutandola a procurarsi cibo e a muoversi in un ambiente difficile.
È una conclusione importante perché aggiunge un elemento umano alla ricerca archeologica.
La preistoria viene spesso raccontata attraverso guerre, caccia, strumenti di pietra e sopravvivenza.
Questa sepoltura racconta invece qualcosa di diverso:
la cura.
Un mistero che la scienza non ha cancellato
Paradossalmente, il DNA ha risolto alcuni dei grandi enigmi della Grotta del Romito, ma ne ha creati altri.
Ora sappiamo molto più di prima.
Sappiamo che i due individui erano donne.
Sappiamo che erano parenti stretti.
Sappiamo che la spiegazione più probabile è quella di una madre e una figlia.
Sappiamo che la giovane soffriva di una rarissima malattia genetica e che anche la donna adulta possedeva una variante dello stesso gene.
Ma non sappiamo ancora tutto.
Non sappiamo perché furono deposte proprio in quel modo.
Non conosciamo le circostanze della loro morte.
E soprattutto non possiamo sapere cosa significasse per quella comunità la scelta di seppellirle insieme.
Questi interrogativi appartengono a quella parte della storia umana che forse non potrà mai essere ricostruita completamente.
La Grotta del Romito custodisce ancora il suo segreto
La Grotta del Romito, in Calabria, è diventata così molto più di un semplice sito archeologico.
È una sorta di finestra aperta su un mondo scomparso.
Per più di dodicimila anni, due esseri umani sono rimasti lì, immobili, mentre tutto intorno cambiava.
Sono scomparsi i paesaggi dell'epoca.
Sono cambiate le popolazioni.
Sono nate le città.
Sono cambiate le lingue, le culture e le civiltà.
Ma quel legame familiare è rimasto impresso nella terra.
Oggi la tecnologia ha finalmente permesso di leggere una parte del loro passato attraverso il DNA.
E forse è proprio questo il dettaglio più affascinante della vicenda.
Dopo 12.000 anni, quelle due persone non sono più soltanto “due scheletri misteriosi”.
Sono probabilmente una madre e una figlia.
Due donne vissute durante l'ultima parte dell'era glaciale.
Una delle quali affrontò una grave malattia genetica e riuscì comunque a sopravvivere fino all'adolescenza.
E quando morirono, qualcuno decise di deporle insieme.
In un abbraccio che il tempo non è riuscito a cancellare.
Il mistero che rimane
La scienza può leggere il DNA.
Può stabilire la parentela.
Può identificare una malattia vecchia di migliaia di anni.
Può persino ricostruire aspetti della vita di persone scomparse da millenni.
Ma c'è una cosa che il DNA non può dirci:
cosa significasse quell'abbraccio per chi lo compì.
E forse è proprio questa la parte del mistero che continuerà a vivere nella Grotta del Romito.
Perché alcune domande, anche dopo 12.000 anni, continuano a non avere una risposta.

