venerdì 19 ottobre 2018

ANTICHE TRADIZIONI PERDUTE (nella bassa modenese)


Il Mago dice che

Mio padre mi raccontava spesso delle antiche tradizioni presenti nella zona della bassa modenese , durante le quali la gente comune si divertiva un sacco,  si volevano un po più bene di adesso ed erano più socievoli e ben disposti verso il prossimo.
Ora andrò a raccontarvi delle  tradizioni perdute , partiamo dal Capodanno:
  • “A son gnu a dar al Bon Cavdann, ch’a scampadi sent ann, zent ann e un dè, la bona man l’am ven a me, an pretend ne or ne argent e ad quel che am de a son cuntent ”(sono venuto ad augurare il buon capodanno , le auguro di campare cento anni e un giorno , spero che sia generoso nell'offerta che mi farà, non pretendo nè oro nè argento di quello che mi darà sarò contento).Qualche cinquantenne ricorderà sicuramente  questa filastrocca.  Appartiene ad una delle tante tradizioni popolari che si sono perse con l’avanzare del progresso e del benessere, perché non hanno più ragione d’essere. Questa canzoncina apparteneva all’antica usanza da parte dei bambini di andare, la mattina del primo dell’anno, a bussare alle porte, e negli ultimi tempi a suonare i campanelli, della brava gente per augurare loro il buon anno e ricevere in cambio dolci, roba da mangiare e, dopo la seconda guerra mondiale  , soldi. Un’usanza vecchia di secoli nata per rallegrare per qualche giorno i bambini poveri che altrimenti i dolci non se li potevano nemmeno sognare

  • Un’altra vecchia usanza, ma che riguardava solo i poveri ed era praticata per lo più in campagna, era quella del Giovedì Grasso chiamata “Onsar al sprocch”, ungere lo sprocco (spiedino). Piccoli gruppi di bambini poveri appartenenti alla stessa famiglia bussavano alle porte delle case  dove si sapeva, o si sospettava, che avessero ucciso il maiale. All’apertura della porta iniziavano a cantilenare: ”A sèm gnu ad onzr’ al sprocch, ch’a m’in dadi un bel balocch, ch’a m’in dadi un balucchen, sol par onzr’ al mè sprucchen”. (Siamo venuti per ungere questo stecco, datemene un bel pezzetto, o anche solo un pezzettino, che basti ad ungere il mio stecchino). La “razdora” della casa infilava nello spiedino un pezzo di lardo o pancetta e tutti erano contenti. 
  •  Un’altra tradizione perduta,  meno conosciuta, si chiamava “La mattinata o ciucòna”, arrivava dal lontano  medioevo e scomparve nell’ultimo dopoguerra. La ragion d’essere di questa antica pratica sta, forse, nella carenza di ragazze in età da marito. Quando un vedovo si risposava, in particolare se con una ragazza più giovane, gli scapoli del villaggio pensavano di essere stati defraudati di una possibile moglie da parte di chi già aveva avuto. Il giorno delle nozze, essi si riunivano in gruppo e all’uscita della chiesa, usando padelle, casseruole e materiali vari, iniziavano una cacofonia di rumori e suoni assordanti che dovevano rappresentare la protesta della moglie defunta. L’unico modo per la coppia di sposi di far cessare tale disturbo era d’invitare i giovani in casa ed offrire loro da bere per simboleggiare il rappacificamento dello spirito della defunta. Se gli sposi si rifiutavano, la “cagnara” veniva fatta la notte stessa sotto le finestre dei novelli sposi, con notevole perdita di concentrazione da parte dello sposo.Era una goliardata innocente. Eppure un giorno essa si trasformò in tragedia. Il 23 febbraio del 1885 a Mortizzuolo, il signor Giuseppe Terrieri, cinquantenne, convolò a seconde nozze. Non è dato sapere se rifiutò all’uscita della chiesa di offrire da bere ai giovani o se questi decisero di passare direttamente al concerto notturno, fatto sta che si presentarono a notte inoltrata sotto le finestre della coppia ed iniziarono la serenata. Forse al Terrieri mancava il senso dell’umorismo, o forse non amò particolarmente l’essere stato interrotto sul più bello. Si affacciò alla finestra armato di fucile da caccia ed iniziò a sparare a destra e a manca. Ci furono diversi feriti e due morti, ma ciò non fece  a porre fine a questa antica tradizione che,arrivò comunque , arrivò fino agli anni “50.